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  • Lenticchie di villalba - La Putia Sicilia
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  • Lenticchie di Villalba
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  • Titolo Tenuta Belici: I filari
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Lenticchie di Villalba

€ 7,30 € 6,00



Peso 0.500 kg
Az. Agr. Messina Gianbattista








Az. Agr. Messina Gianbattista

out of 5

La Lenticchia di Villalba è un macrosperma verde, presente nel territorio di Villalba già alla fine del 1800, di indubbio pregio tra le varietà esistenti. La coltura è praticata in terreni tendenzialmente argilloso-calcarei, tipici del posto; è coltivata, raccolta e sterilizzata secondo i metodi dell’agricoltura integrata e biologica tenendo conto delle tecniche tradizionali, senza l’utilizzo di diserbanti, antiparassitari e concimi chimici di sintesi. Ciò caratterizza le Lenticchie di Villalba determinando in esse un gusto intenso e particolare, un contenuto proteico e di ferro superiore alla media, pochissimi grassi, tanta fibra, molte vitamine, buone quantità di sali minerali ed evitando lo sfaldamento durante la cottura.

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Lenticchie di Villalba

La lenticchia è il seme di una pianta erbacea annuale, lens culinaris, della famiglia botanica delle fabacee. È tra le più antiche specie coltivate, alcuni i ritrovamenti la fanno risalire addirittura a 11.000 anni a.C . Come molti tra i più diffusi cereali e legumi fu addomesticata nella Mezzaluna fertile, e durante il neolitico, intorno a 6000 anni a.C, raggiunse tutto il Mediterraneo dove venne apprezzata oltre che per le caratteristiche sensoriali anche per il notevole valore nutritivo. Se ne fa riferimento persino nella Bibbia nel libro della Genesi, capitolo 25, dove Esaù vende il proprio diritto di primogenitura al fratello Giacobbe proprio per un piatto di lenticchie.

Due i morfotipi selezionatisi nel tempo: uno a seme piccolo ed uno a seme grande, con varianti diverse rispetto alla colorazione della granella L’Istituto di Genetica vegetale-CNR di Bari, nell’ambito di uno studio in cui indica la promozione delle vecchie varietà locali come strategia per la salvaguardia del germoplasma autoctono, individua nelle Lenticchie di Villalba uno dei tre genotipi tradizionali della lenticchia italiana, con una valutazione di indubbio pregio tra le varietà esistenti.

Le Lenticchie di Villalba sono un ecotipo che si distingue per le sue peculiari caratteristiche organolettiche e nutrizionali, dovute alla concomitanza di diversi fattori. La coltura, che normalmente preferisce terreni sciolti, dai quali si traggono le produzioni più abbondanti, viene invece praticata in terreni tendenzialmente argilloso-calcarei, tipici del posto. I terreni utilizzati si trovano ad una altitudine compresa tra seicento e ottocento metri sul livello del mare, ciò assicura un buona percentuale d’umidità e temperatura sufficientemente basse anche nei mesi più caldi. Inoltre la conformazione del terreno di queste zone risulta ottima essendo ricco di argilla e di sabbia con caratteristiche di buona fertilità agronomica e di regolamentazione idrica nei periodi di siccità. Ciò caratterizza il prodotto determinando in esso un gusto intenso e particolare, un contenuto proteico e di ferro superiore alla media ed evitando lo sfaldamento durante la cottura. Si tratta di una lenticchia a seme grande, macrosperma, di colore verde (tegumento verde con cotiledoni gialli) marcatamente piatto. Il diametro del seme (8 mm circa) ne fa il più importante ecotipo nell’ambito della classe supergigante, poiché nessuno altro ecotipo o altra varietà coltivata raggiunge tali dimensioni.

È una leguminosa annuale a portamento prostrato con un’altezza compresa tra i 35 cm ed i 50 cm; stelo e baccello sono privi di pigmentazione, le foglie sono piccole e non pubescenti, il fiore è bianco ed i cirri sono poco sviluppati. Generalmente i baccelli contengono un solo seme e solo circa il 15% di essi ne contiene due. È una pianta a sviluppo annuale con ciclo autunno-vernino. La semina è effettuata generalmente tra la fine di novembre e gli inizi di dicembre. In caso di periodo prolungato di piogge la semina si può effettuare per tutto il mese di gennaio. La fioritura avviene tra la metà di aprile ed i primi di maggio, L’allegagione si completa entro la fine di maggio. La raccolta avviene di due tempi, dopo la sfalciatura e dopo l’essicazione. Ha una ottima capacità di migliorare la fertilità del terreno, in quanto pianta azotofissatrice; riccamente nutritive sono anche le paglie che possono essere usate per l’alimentazione degli animali domestici d’allevamento, quale sottoprodotto, al termine della raccolta. La resa media di granella  è di circa 10 quintali ad ettaro.

Le Lenticchie di Villalba sono un prodotto agroalimentare tradizionale, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, su proposta della Regione Siciliana, ed inserito nel relativo elenco aggiornato al 14 agosto 2012 (ultima revisione dei P.A.T. del 7 giugno 2012). È in corso la pratica per il riconoscimento dell’I.G.P. / DOP. La Fondazione Slow Food l’ha segnalata sull’Arca del gusto già dal 2007 ed ha avviato nel 2012 il Presidio, che riunisce le associazioni dei produttori locali: il Consorzio volontario di tutela delle lenticchie di Villalba e l’associazione dei produttori di lenticchie di Villalba. Nel comune di Villalba, dove da sempre l’economia locale è basata sull’agricoltura, la coltivazione della lenticchia e del pomodoro, in rotazione al grano duro, costituiscono il fulcro dell’economia locale.

Il Presidio valorizza questa risorsa, che potrebbe diventare un volano per la microeconomia locale.

Raccolto Lenticchie di Villalba 2014

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È tra le più antiche specie coltivate, alcuni i ritrovamenti la fanno risalire addirittura a 11.000 anni a.C . Come molti tra i più diffusi cereali e legumi fu addomesticata nella Mezzaluna fertile, e durante il neolitico, intorno a 6000 anni a.C, raggiunse tutto il Mediterraneo dove venne apprezzata oltre che per le caratteristiche sensoriali anche per il notevole valore nutritivo. Se ne fa riferimento persino nella Bibbia nel libro della Genesi, capitolo 25, dove Esaù vende il proprio diritto di primogenitura al fratello Giacobbe proprio per un piatto di lenticchie. La prima testimonianza scritta di questa coltivazione nel territorio di Villalba è riportata dallo scrittore Giovanni Mulè Bertolo nel libro Memorie di Villalba edito nel 1900, ma la coltivazione della lenticchia di Villalba era già storicamente presente nel territorio che si estende nel cuore della Sicilia, a sud-est della catena montuosa delle Madonie. Il Comune di Villalba fu fondato dal Barone Nicolò Palmeri che lo volle al centro dell’antico feudo di Miccichè (dal termine arabo Michiken che significa terre nere). Il barone Palmeri acquistò feudo e titolo nobiliare da Domenico Corvino-Caccamo Principe di Villanova con atto notarile del 8 Luglio 1751. A partire dal 1755 dopo numerose controversie con il vicino Duca di Pratameno del casato dei Papè, il Palmeri diede il via al diritto di popolazione del suo feudo chiamando contadini dei paesi limitrofi a coltivare le fertili terre del feudo e ad abitare il nuovo centro che chiamò con il nome di Villalba in onore dei suoi antenati e della di lui consorte i quali provenivano appunto da una cittadina dallo stesso toponimo della Galizia spagnola. Nel 1758 moriva il fondatore di Villalba e nel 1818 si estingueva suo figlio, Placido Palmeri; le redini del feudo passano così al primogenito erede universale, il quale brillò per le sue capacità di imprenditore agricolo. Nelle mire di consolidare il numero di coloni che popolava il centro di Villalba sperimentò il motivo per il quale gli arabi avevano dato il nome Miccichè al feudo, attraverso la coltivazione di diverse leguminose da granula come fave, ceci e lenticchie, allo scopo di procurare fonti di proteine vegetali per il nutrimento di animali e popolo. Da queste premesse nasce la tradizione della coltivazione della famosa Lenticchia di Villalba, la quale prese il sopravvento sulla diffusione delle altre leguminose a causa della sua peculiare sapidità che la fece entrare inevitabilmente nella dieta alimentare della comunità contadina. Queste le considerazioni necessarie per comprendere come si sono innescati nella cultura agricola locale gli input che portarono in seguito a sviluppare tecniche di coltivazione capaci di selezionare e standardizzare un prodotto che ancora oggi conserva le sue peculiarità. Il periodo di massima produzione a Villalba si è avuto tra gli anni Trenta e i Sessanta del secolo scorso, quando circa il 30% della produzione italiana arrivava dalla Sicilia e in particolare proprio da questo paese in provincia di Caltanissetta. La lenticchia di Villalba era particolarmente richiesta per le sue qualità organolettiche ma anche per la preferenza che il mercato riservava in quel periodo alle tipologie a seme grande e nell’immediato dopo guerra salì al rango commerciale delle esportazioni e per le stesse vie della emigrazione arrivò nel nord Europa e negli USA e per qualche decennio costituì la struttura economica portante del piccolo centro nisseno. Successivamente, il costo della manodopera e le rese limitate hanno costretto molti coltivatori ad abbandonare la coltivazione. Inoltre, il mercato si è sempre più orientato verso una riduzione del consumo di legumi e, al tempo stesso, a un aumento del consumo di lenticchie a seme piccolo, favorite anche da un minore tempo di cottura. Altro fattore cruciale che ha causato la diminuzione delle coltivazioni è stato l’aumento dell’importazione di legumi esteri a prezzi notevolmente inferiori. La ripresa si è avuta solo dagli anni Novanta anche grazie all’interessamento del CNR di Bari che ha fatto emergere le sue notevoli caratteristiche organolettiche ed i benefici nutrizionali: dalle sue analisi è emerso che la Lenticchia di Villalba ha un elevato tenore di ferro (talvolta oltre i 10 mg per 100 grammi di prodotto) e proteine unito a un basso tenore in fosforo e potassio. Attualmente i percorsi salutistici della nutrizione consapevole la pongono nuovamente sulla vetrina dei prodotti di nicchia più apprezzati. L’apprezzamento delle sue caratteristiche culinarie e nutrizionali sembra possa dar luogo ad una adeguata risposta di mercato in grado di ripagare gli sforzi necessari da parte dei coltivatori per mantenere ed attuare un protocollo di coltivazione improntato alla antica tradizione in un contesto di agricoltura sostenibile.

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Gli agricoltori locali partendo da materiale genetico disomogeneo cominciarono già alla fine del 1800 a praticare la classica selezione massale, utilizzando come materiale di riproduzione i semi più grossi, che consisteva nel passare le lenticchie ad un setaccio a maglie larghe; i semi che non riuscivano a passare dal setaccio erano utilizzati nella semina e manualmente si eliminavano i semi che presentavano difetti per forma e per colore. Questa pratica nel corso degli anni come è ovvio riuscì a fissare nella popolazione di questo ecotipo il carattere di macrosperma (il diametro medio della granella arriva a 6-8 mm ed il peso dei mille semi a 70-90 g) con una tipica colorazione verde chiaro del tegumento. La lenticchia era seminata a postarelle o file con un investimento di 50-70 piante a m2 utilizzando 40-60 Kg di seme per ettaro. La semina si effettuava nella prima decade di dicembre avendo cura di non interrare troppo il seme (3-5 cm di profondità). Dopo l’emergenza seguivano le sarchiature manuali avendo cura di non danneggiarne l’apparato radicale molto superficiale, un attrezzo tipico che accompagnava questa pratica era la gramba (un guanto di ferro portante dei chiodi per sarchiare la terra in prossimità della pianta). Nel mese di Giugno si praticava la raccolta estirpando le piante che man mano raggiungevano la maturazione fisiologica. Si formavano così dei piccoli covoni, “manate”, che venivano disposti in modo tale da permettere l’essiccazione della piante evitando un’eccessiva insolazione allo scopo di impedire che il sole potesse far virare il colore della granella da verde a rossastra, “arrussicata”, con grave danno per le caratteristiche organolettiche del prodotto. Ad una settimana (non più tardi) dalla raccolta veniva praticata la trebbiatura con l’ausilio dei muli o battendo i covoni con appositi bastoni.
La separazione della granella dalle altre parti della pianta veniva affidata all’opera del vento ed il prodotto così ottenuto veniva stipato in piccolissimi magazzini all’interno delle case di abitazione ricavati nei sottoscala o sotto le alcove i cosiddetti “katuoi” che erano chiusi ermeticamente utilizzando spesso la pasta di farina per suturare le chiusure, all’interno si bruciava dello zolfo o più recentemente si sublimava del solfuro di carbonio, tutto ciò allo scopo di sterilizzare le lenticchie evitando gli attacchi di tonchio (un parassita che si sviluppa all’interno dei tegumenti dei legumi). Le lenticchie erano conservate anche in bottiglie, generalmente di vetro, ma spesso anche di plastica, ben lavate e chiuse ermeticamente, senza aggiunta di conservanti. In questo modo le lenticchie si conservano bene, anche per diversi anni, prevenendo attacchi di tonchio o di parassiti in generale. Nel caso di notevoli quantità la conservazione avveniva anche all’interno di fusti di plastica per alimenti, nei quali era creata una condizione di assenza di ossigeno (anaerobiosi) per circa 15-20 giorni.

Tecniche attuali di coltivazione, raccolta e conservazione

La tecnica di coltivazione della lenticchia di Villalba prevede attualmente:
- la preparazione del terreno sin dall’inizio di ottobre con lavori superficiali (10/15 cm di profondità);
- la semina, dalla seconda metà di novembre alla fine di gennaio, a seconda del tipo e dell’esposizione del terreno; alcuni eseguono contemporaneamente una scarsa concimazione di fosforo e potassio. Attualmente la semina avviene anche con una procedura automatizzata utilizzando delle seminatrici di precisione e la distanza tra i filari è diminuita sino a 65 cm utilizzando dai 60 agli 80 kg di semi;
- ripetute sarchiature manuali e/o meccaniche tra febbraio e fine aprile (la lenticchia è infatti una pianta xerofila, che ama la luce, pertanto necessita di una continua pulizia del terreno da ogni infestante) e, se necessaria, una modesta rincalzatura;
- non è prevista nessun tipo di irrigazione
- la raccolta, tra giugno e luglio quando i baccelli tendono ad ingiallire ed i semi raggiungono la maturazione cerosa: estirpazione delle piante, effettuata a mano e con l’ausilio di piccole falciatrici meccaniche; disposizione in fasci, che vengono lasciati ad essiccare per circa 5-8 giorni sul terreno; quest’ultima è un’operazione particolarmente delicata in quanto deve consentire che il seme rimanga di colore verde, caratteristica essenziale della varietà
- Non è prevista nessuna consociazione ovvero la coltivazione contemporanea di piante di specie diversa sullo stesso appezzamento di terreno si effettua generalmente una rotazione di tre anni: lenticchia, frumento, pomodoro o maggese

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